DISABILITÀ E LAVORO: IL MANCATO ANNUNCIO DELLA PROPRIA CONDIZIONE NON LIMITA IL RISARCIMENTO

Il silenzio del lavoratore sulla propria condizione di disabilità non può tradursi in una riduzione del risarcimento in caso di licenziamento discriminatorio. È questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 4623 del 2 marzo 2026, che ha riformato una precedente decisione della Corte d’Appello relativa alle conseguenze economiche di un licenziamento ritenuto nullo.
Nel caso esaminato, i giudici di secondo grado avevano sì confermato la natura discriminatoria del licenziamento, ma avevano ridotto l’indennità risarcitoria riconosciuta alla lavoratrice. La motivazione si fondava sul fatto che la dipendente non avesse comunicato esplicitamente al datore di lavoro la propria condizione di disabilità. Secondo la Corte d’Appello, tale circostanza avrebbe attenuato la responsabilità del datore, distinguendo tra una situazione di effettiva conoscenza della disabilità e una semplice conoscibilità della stessa.
Questa minore intensità della colpa datoriale era stata quindi utilizzata per comprimere il risarcimento alla soglia minima prevista, pari a cinque mensilità.
La Corte di Cassazione ha però ribaltato questa impostazione. Secondo i giudici di legittimità, il datore di lavoro era comunque venuto a conoscenza di elementi e circostanze che potevano rappresentare un chiaro segnale delle condizioni di salute della lavoratrice. Tali indizi avrebbero dovuto indurre l’azienda ad approfondire la situazione o, quantomeno, ad aprire un confronto con la dipendente. L’assenza di qualsiasi iniziativa in tal senso è stata interpretata come un comportamento di inerzia imputabile al datore di lavoro.
La Suprema Corte ha quindi richiamato l’articolo 1218 del Codice civile, secondo cui il debitore è tenuto al risarcimento del danno quando l’inadempimento non dipende da una causa a lui non imputabile. Nel caso concreto, l’inadempimento non è stato determinato da ostacoli oggettivi ma dalla mancata attivazione del datore di lavoro, che avrebbe potuto e dovuto verificare la situazione.
Per questo motivo la Cassazione ha stabilito che il risarcimento non può essere ridotto facendo leva sul silenzio della lavoratrice. Una volta accertata la responsabilità del datore e la natura discriminatoria del licenziamento, l’obbligo risarcitorio deve trovare piena applicazione, senza compressioni legate alla mancata dichiarazione della disabilità da parte della dipendente. La pronuncia rafforza così la tutela dei lavoratori più vulnerabili e ribadisce il dovere di attenzione e diligenza che grava sui datori di lavoro.

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