RUMORE E DANNO UDITIVO: NECESSARIA PROVA DEL NESSO CAUSALE OLTRE L’ESPOSIZIONE PLURIDECENNALE

Il lavoratore ha chiesto in giudizio l’accertamento dell’origine professionale della sua ipoacusia da rumore, lamentando il danno subito nel corso di oltre trent’anni di attività lavorativa. Il consulente tecnico d’ufficio (CTU) aveva accertato l’esistenza di un nesso causale tra la patologia e l’attività svolta, pur precisando che non si trattava della causa esclusiva della malattia. Nonostante ciò, la Corte d’Appello ha ritenuto di discostarsi dalle conclusioni del CTU, sottolineando che il lavoratore non aveva adeguatamente dimostrato di aver svolto mansioni tipiche soggette al rischio di ipoacusia secondo la Tabella di riferimento.
Con l’Ordinanza n. 289 del 6 gennaio 2026, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, ribadendo un principio consolidato: trattandosi di una patologia multifattoriale, il nesso causale non può essere desunto semplicemente dalla circostanza dell’esposizione a lavorazioni rumorose. È necessario, infatti, un ulteriore accertamento, volto a dimostrare che la malattia non derivi in modo esclusivo da altre cause o, quantomeno, a stabilire un grado di probabilità significativo dell’origine professionale. L’onere della prova, in tal senso, grava sul lavoratore, che deve fornire elementi concreti e specifici in relazione alla propria attività lavorativa.
La decisione conferma l’orientamento giurisprudenziale secondo cui l’esposizione prolungata al rumore, da sola, non è sufficiente per accertare l’origine professionale di un danno uditivo, richiedendo sempre una valutazione complessiva e dettagliata del nesso causale.

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