MESSAGGIARE AL LAVORO: QUANDO PUÒ COSTARE IL POSTO

L’uso del cellulare per messaggi personali durante l’orario di lavoro è una pratica sempre più comune, ma può avere conseguenze disciplinari significative se non gestita con attenzione. La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che il semplice utilizzo occasionale del telefono non costituisce automaticamente motivo di licenziamento. È fondamentale, infatti, valutare ogni caso concretamente, tenendo conto dei principi di proporzionalità e gradualità previsti dall’articolo 2106 del codice civile.
Non basta quindi che un dipendente invii qualche messaggio: occorre accertare se questa condotta abbia determinato una riduzione significativa del tempo dedicato alla prestazione lavorativa o abbia inciso negativamente sull’organizzazione dell’azienda. La semplice distrazione o la comunicazione sporadica con amici o familiari, se non ricorrente, difficilmente può giustificare una sanzione estrema.
La Corte di Cassazione ha ribadito che il messaggiare diventa rilevante dal punto di vista disciplinare quando si configura come una violazione ripetuta dell’obbligo di diligenza, previsto dall’articolo 2104 del codice civile. In altre parole, è la reiterazione e la durata della condotta a determinare il rischio di sanzione, soprattutto se questa incide sull’effettivo adempimento delle mansioni.
Altri fattori considerati dalla giurisprudenza includono la natura della mansione svolta, l’eventuale compromissione di standard di sicurezza o di affidabilità e l’impatto sull’organizzazione aziendale. In sintesi, il messaggiare non è di per sé un comportamento licenziabile, ma può diventarlo se diventa sistematico, prolungato e dannoso per il corretto funzionamento del lavoro.

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