REVOCA DELLA PENSIONE E RECUPERO DELLE SOMME INDEBITAMENTE PERCEPITE

Cosa accade quando l’INPS riconosce una pensione, il lavoratore smette di lavorare e, a distanza di tempo, l’assegno viene revocato? E soprattutto: il pensionato ha diritto al risarcimento dei danni subiti?
Non è raro che, mesi o anni dopo la liquidazione della pensione, l’INPS invii una comunicazione di sospensione o revoca, richiedendo addirittura la restituzione delle somme già percepite per presunti indebiti dovuti a errori di calcolo. Queste situazioni incidono profondamente sulle scelte economiche e professionali del lavoratore, che spesso basa la propria uscita dal lavoro sul riconoscimento dell’assegno pensionistico.
Durante il 2025, la Corte di Cassazione ha affrontato una vicenda esemplare con l’ordinanza n. 18821/2025. Il protagonista aveva ottenuto la pensione di vecchiaia e, in seguito, cessato il rapporto di lavoro. L’INPS revocò poi l’assegno per presunto indebito, chiedendo la restituzione delle somme già versate. In primo grado il giudice non accolse la richiesta di risarcimento, pur escludendo la restituzione. In appello, invece, la Corte riconobbe che l’affidamento del pensionato sulle decisioni dell’ente doveva essere tutelato, attribuendo un risarcimento patrimoniale per i danni subiti.
Il ricorso dell’INPS e la richiesta di maggior risarcimento del lavoratore furono entrambi respinti dalla Cassazione, che confermò il principio chiave: il pensionato ha diritto a fare affidamento sulle decisioni dell’INPS, specialmente quando queste influenzano scelte di vita fondamentali, come l’uscita dal lavoro e la rinuncia a un reddito certo.
La pronuncia ribadisce che gli errori dell’ente possono comportare un risarcimento se producono un danno economico reale, offrendo un monito sia ai lavoratori sia all’INPS sulla gestione dei riconoscimenti pensionistici.

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