Cos’è l’Innovazione? Perchè Innovare? Spunti di riflessione.

Senza andare a disturbare Schumpeter e la sua Teoria dello Sviluppo Economico sappiamo che l’innovazione può essere intesa come l’introduzione di nuovi criteri e nuovi sistemi, l’applicazione concreta di un’idea e magari di un’invenzione, ma anche il pensare nuovi modi di fare le cose che già conosciamo.

Arriviamo velocemente così alle differenze tra Innovazione di Prodotto, quando cioè l’attività innovativa è finalizzata alla miglioria di un prodotto esistente o alla creazione di un nuovo bene (o servizio) non presente sul mercato, e Innovazione di Processo, quando cioè l’innovazione è finalizzata alla creazione di un nuovo processo produttivo o a migliorare il processo produttivo di un bene (o servizio) già presente sul mercato, garantendo risultati migliori e/o benefici a chi lo produce (es. minori costi e tempi di produzione).

Quando l’attività innovativa si “limita” a migliorare un prodotto o un processo si parla di Innovazioni Incrementali; se vengono creati nuovi prodotti, o addirittura nuovi segmenti di mercato si parla di Innovazioni Radicali (“Disruptive” in alcuni casi).

Secondo l’ampia letteratura sul tema, quindi, non esiste un’unica forma di innovazione; al contrario, esistono molteplici modi di fare innovazione e diverse strategie per perseguirla.

L’Istat nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi  di recente pubblicazione prende in esame le imprese che nel triennio 2014-2016 hanno svolto attività innovative (ovvero il 48,7% del totale Italia) e le divide in cinque categorie sulla base del grado di complessità di innovazione raggiunto:

  1. Innovatori forti: Rappresentano il 30,3% del totale degli innovatori dell’intero sistema produttivo; queste imprese realizzano innovazioni sia di prodotto sia di processo oltre ad altre forme definite “soft”, in quanto non strettamente collegate alla tecnologia produttiva (si pensi ai modelli organizzativi e alle strategie di marketing).
  2. Innovatori di prodotto: In questo gruppo ricade circa il 25% delle imprese che hanno fatto innovazione nel triennio 2014-2016. A differenza del primo gruppo hanno realizzato principalmente innovazioni di prodotto con una integrazione limitata, se non del tutto assente, con altre forme di innovazione.
  3. Innovatori di processo: Le imprese che hanno investito in questo tipo di innovazione sono il 18,5% degli innovatori. Si tratta di un insieme relativamente poco numeroso che ha finalità legate esclusivamente a esigenze di efficienza produttiva, non puntando quindi all’introduzione sul mercato di nuovi prodotti.
  4. Innovatori soft: A questo gruppo appartengono le imprese che non hanno investito né in nuovi prodotti né in tecnologie che potessero migliorare i processi già esistenti. Rappresentano il 22% delle imprese innovatrici italiane e nel triennio preso in esame hanno adottato nuove soluzioni relative al marketing e/o all’organizzazione.
  5. Potenziali innovatori: Questo gruppo è composto dal 4,9% del totale imprese innovatrici e comprende le imprese che hanno avviato attività innovative ma che nel triennio oggetto dello studio Istat non si sono tradotte in vere e proprie innovazioni.

 

Secondo una visione ampiamente condivisa, il successo delle innovazioni (che siano di prodotto o di processo) è anche determinato dal fatto che siano capaci di trasmettersi all’interno dell’intero sistema economico.

La competitività del sistema infatti può essere migliorata anche in via indiretta, principalmente attraverso gli scambi economici tra imprese dello stesso settore e di settori diversi.

Infatti,  le transazioni tra comparti con diversa propensione all’innovazione consentono di trasferire in modo efficace il know-how e il contenuto tecnologico insiti nei prodotti scambiati (beni o servizi), e non ultimo può permettere la  riduzione dei costi intermedi per i settori acquirenti.

Così facendo, anche i settori che hanno investito meno in innovazione possono trarre vantaggio dai benefici che le innovazioni assicurano agli innovatori con la conseguenza, in potenziale, di  aumentare la propensione ad innovare.

Da ciò deriva che un settore di attività economica con un buon livello di innovazione facilmente tenderà a modificare i comportamenti dei settori con un livello di innovazione più bassa con i quali intrattiene delle relazioni economiche, siano esse a monte o a valle della filiera produttiva.

Finalità ultima di ogni attività innovativa, quindi, è quella di creare benessere economico ma anche  progresso sociale.

Non a caso sempre l’Istat inserisce l’innovazione e la ricerca tra gli indicatori indiretti di benessere nel rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile);

In particolare nella scelta degli indicatori l’istituto ha incluso non solo misure tradizionali come la percentuale di spesa in R&S sul PIL,  la propensione alla brevettazione e la specializzazione produttiva nei settori ad alta tecnologia, ma anche i tassi di innovazione di prodotto/processo e di innovazione del sistema produttivo (organizzazione e marketing) calcolati per la Community Innovation Survey (CIS) dell’Eurostat.

Tra gli indicatori risulta anche l’intensità di utilizzo di Internet delle persone tra i 16 e i 74 anni a dimostrazione dell’importanza di questo strumento “innovativo” di utilizzo quotidiano.

 

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